Anarcosala. Parte seconda
“Perdona, Esta aquì el servicio por (para?) los drogadictos? Tengo que hacer la practica de sichiatria… ”
L’infermiera, dalla saggia altezza del suo metro e venti mi sorrise e, indicandomi la sala d’attesa (da dove un’enorme punkabbestia mi fissava perplesso), mi corresse dolcemente “Sì, estas en el Cas, que es el servicio por Drogadependientes”.
Insomma, eravamo io e questo Punkabbestia (che avevo appena definito un drogato con l’infermiera…) ad aspettare, in questa sala d’attesa vuota, prefabbricata e color pesca.
Perché gli ospedali devono essere tutti e sempre così brutti, pensavo.
Così spogli, anonimi, dolorosi.
Per fortuna un altro spettacoloso giorno della primavera tipica del gennaio Barcellonese, picchiettava gentilmente con mani di foglie verdi a una finestra a spioncino, sopra di noi, facendo apparire umano persino il color pesca delle pareti.
Veniva una gran voglia di sbadigliare ed addormentarsi al sole.
Invece ero lì ad affogare nel rosa ipnotizzante del tutto a pensare “E se mi stanno in culo i pazienti? E se mi fanno paura? Se scopro che non sono in grado?”.
Man mano che sprofondavo nel vuoto dell’attesa (il medico che non si trova, telefonate, risate ovattate da qualche stanza chiusa) mi imbeveva questo senso liquido di passaggio e d’iniziazione. Singolare. Forse era il luogo, pur così nuovo e anonimo, a riecheggiare i miei pensieri: li si incrociavano molte vite disperate e piene di speranze, per tante persone il cas è il desidero di un’inizio.
E’ bello cominciare così, pensavo, anche io spaventata e coraggiosa come il pankabbestia che avevo di fianco. Anche io sull’orlo di una (piccola) crisi di vita.
Vi risparmio i soliti accidenti burocratici: sappiate solo che sono finita con il dottor R. per puro caso. Era l’unico medico che c’era quel pomeriggio.
Magro, occhialuto, con un’aria un po’ da maschera della commedia dell’arte mischiata a come mi immagino io Primo Levi. Non è neanche uno psichiatra, è un medico "generalista", come dicono qua, essendo peró quasi la metà dei suoi assistiti allegramente psicotici è stato costretto a farci il callo, alla psichiatria. E' un uomo mite, scherzoso, con una risata un po' ragliante. Più che mite è un uomo dolce, con le cravatte di tweed: ha un modo tutto suo di prendere dolcemente per il culo i pazienti, che seda anche i più aggressivi. Quando fa così lo guardano stupiti, come i bambini quando gli fai le boccacce mentre piangono: rimangono così colpiti dalla tua evidente mancanza di bon ton che si dimenticano di piangere.
Ho passato con lui tre ore tutti i pomeriggi, per due settimane. E' lui che, dopo avermi offerto un caffè, mi ha fatto vedere il cas e presentato infermieri, educatori, segretarie. Man mano che mi addentravo, con la mia timidezza incamiciata di estudiante senza parole, rimanevo colpita dall'atmosfera quieta e familiare, dall'inconsueto cameratismo di tutti con tutti, pazienti, medici, infermieri come l'equipaggio solidale di una strana nave sospinta su un mare tranquillo. Ho visto le docce, la stanza ricreativa con biscotti e pastelli e infine il cuore vero del cas: la sala del buco.
La sala del buco è una stanza linda e tranquilla, con un lettino e tanti piccoli banchi, divisi da separè di legno. Lì ci si può fare in vena con il materiale sterile a disposizione e l'aiuto di un infermiere. L'unica cosa che manca è l'eroina, se stai male c'è sempre un medico a disposizione. Dalle finestre si vede la città e il mare. Quando hai finito ti danno un panino, se vuoi.
Si chiama politica di riduzione del danno. E' venuta a seguito di quel carrozzone gremito di monatti che è la sida (gli spagnoli chiamano cosí l'aids): prima si teorizzava come fine, mezzo e prerequisito l'astinenza assoluta. Chi non era pronto a cambiare la sua vita radicalmente smettendo di drogarsi, non trovava aiuto medico. Come se fosse solo una questione chimica (o morale), come se la droga non portasse con sè mondi ed identitá, amici, compagni di viaggio e di letto. Come se non fosse vero che il problema di molti non é la droga ma il deserto che ci sta intorno e che ti aspetta al varco oltre lo stordimento. Deserto che molto spesso hai cercato e voluto tu stesso. Come se davvero, uscendo da anni per le strade, i denti consumati, la fedina penale e gli affetti frantumati la luciditá fosse un bene assoluto. Non volendo accettare che la droga a volte, come il suicidio è una scelta e non una incapacitá, una fragilitá morale o psichica. C'é voluta la peste con la fobia per le siringhe passate come pulci di braccio in braccio per teorizzare qualcosa di diverso. Smettere di fissare gli occhi miopi solo sulla droga, guardare le persone: accorgersi che si contagiavano perchè il materiale sterile costava troppo, che vivevano per strada senza un posto dove lavarsi e disinfettarsi le ferite, che bisognava far entrare nelle regole del gruppo l'idea che un profilattico non e' un atto di sfiducia. Poi venne la consapevolezza che l'astinenza non si puo' pretendere, nè deve essere l'unica guarigione possibile. Si cammina, lentamente, su questa strada faticosa ma viva... almeno qui a Barcellona. In Italia non so.


2 Comments:
anna
sono viva
forse
oggi è arrivato l'adsl anche in questa stamberga che insisto a chiamare casa e che si trova soffocata dalle impalcature e dai muratori non alcolisti.
mi fanno male i piedi per aver tentato di portare gli stivali taccati per circa un'ora. ed ero seduta!!!
vedo che passi il tuo tempo tra le mura color pesca (o era albicocca?) degli ospedali. ma l'acquario...L'ACQUARIO! l'hai visto? spero di sì.
riflessione di alcuni giorni fa: temo che, a dispetto di tutto e tutti, si possa andare in viaggio solo con te. (non ricordo come sono arrivata a pensare a questo...)
la ceci ha quel fastidioso bisogno di lavarsi, la villani insiste per mangiare, non ce n'è una che si salvi...
eh...ma come dicevi tu un tempo, se non fossi un uomo saresti la donna della mia vita. peccato che la realtà sia così crudele.
sei commuovente sorella.
un bacio
fratello
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