Anarcosala. Parte prima.
Antefatto.
Pare che Psichiatria a Padova non si possa frequentare.
La frase che ho appena scritto mi ricorda un racconto di Poe: un malcapitato si reca in visita in un manicomio "moderno", dove pare che i folli siano sperimentalmente lasciati in relativa libertà... il protagonista si accorge troppo tardi che la lassità del sistema ha permesso una rivolta dei folli, e che quelli con cui sta civilmente cenando non sono il direttore e i suoi collaboratori, ma un cenacolo di pazzi. Insomma, Alice pensava di chiacchierare con l'illuminato direttore di un carcere e invece si ritrova a cena con il cappellaio Matto, mentre dottori e infermieri stanno nelle segrete!
No, non è che psichiatria a Padova non si possa frequentare perchè si rischia di incorrere in certi spiacevoli equivoci tra folli e dottori: l'ambiente è sicuramente "a modo" e frequentabile, e tutti hanno ben chiaro chi è pazzo e chi non lo è... solo gli studenti di medicina non possono praticamente vederlo prima della laurea.
Pare che sia perchè, qualche tempo fa, vi fu una ondata di suicidi in reparto e la stampa pensò bene di sottolineare la presenza, inopportuna e destabilizzante, degli studenti, cosa che (lo scandalo giornalistico, non la supposta destabilizzazione studentesca) convinse il primario a sbatterci fuori per i secoli dei secoli amen.
La cosa comica è che il Grande Capo pare sia un esperto in Suicidologia, ergo gli aspiranti suicidi non dovevano essere pochi, nel suo reparto: Non è che puoi scandalizzarti se in un reparto di Nefrologia un sacco di gente muore di insufficenza renale... se fossero stati inclini a morire d'altro sarebbero nel reparto sbagliato!
Ma Basaglia ha predicato invano: la psichiatria ancora non ha raggiunto la certezza di essere una branca della medicina, i malati psichiatrici sono considerati diversi dagli altri pazienti e alle loro infermità non è mai data la dignità di malattie letali. Non si può morire di tristezza o d'amore, quindi neanche di depressione o di altre para patologie: se qualcuno muore è sicuramente malasanità.
Quindi, teoricamente, io avrei dovuto chiedere la specialità in psichiatria senza avere la più pallida idea di cosa fosse un reparto di psichiatria. Fortuatamente sono momentaneamente in spagna: qui gli studenti fanno tranquillamente tre settimane di freqenza obbligatoria in reparto psichiatrico prima di dare l'esame. Anche a me è stato accordato questo privilegio.
Il mio primo contatto con il reparto è stata una porta chiusa. Stavo lì con il mio camice immeritato cercando di capire perchè la porta non si apriva nè quando spingevo nè quando tiravo, quando è arrivata un infermiera. Con una chiave.
E' sempre bello iniziare con una figura di merda.
Chiuso a chiave, il reparto è ovviamente chiuso a chiave.
Ora di pranzo, i degenti, in grazioso pigiamino in tinta con le pareti, mangiano.
Ho visto diversi reparti, in questi sei mesi: l'efficenza un po' machista di chirurgia, l'allegria urlata di urologia, anatomia patologica... sempre di sottofondo un ridacchiare di infermiere, un cameratismo stanco ma soridente.
Entro a psichiatria, poche infermiere silenziose, rumore di cucchiai che sbattono. Aspettando il responsabile Incrocio di sfuggita lo sguardo con una ragazza più o meno della mia età, con gli occhi listati a lutto, smunta e consunta come un cadavere. Ha davanti un piatto pieno, e lo guarda con odio.
Minchia, la pellagra.
Lo spettro disperato di malattie estinte, delle polente di guerra, delle zampe di gallina bollite.
Della fame, che da qualche parte devo avere nel dna. La morte scheletrica e sottile come una falce di luna.
Mi prende una paura inattesa. Paura di questi muri troppo verdi, della normalità ostentata, della cravatta troppo sgargiante del medico che mi viene in contro.
Fuori da quella porta chiusa a chiave in tanti lottano per vivere, per ritrovare la fame, l'aria aperta, il battito del cuore.
Invece qui c'è qualcosa di stantio, di fermo, di putrido. Il punto non sembra più vivere morire, qui si incontrano secche e paludi, che tolgono al fluire e lasciano immoti a galleggiare nel niente.
Mi viene in mente che Oliver Sacks descriveva la malattia come un monotono ripetersi di meccaniche fallimentari, lo stridore di qualcosa che gira a vuoto, il rimanere intrappolati in un labirinto senza uscita, senza profondità.
E poi una paura improvvisa molto più meschina e personale, che si amplifica nell'indifferenza fredda con cui lo psichiatra mi parla. Se non mi piacesse?
Sono anni che penso di voler fare la psichiatra, avvolta nella rassicurante bambagia del non poter provare la mia effettiva attitudine: ora sono qui, indosso un camice, davanti a me i pazienti mangiano nella desolazione.
E se scoprissi, come è probabile, che qui il camice è solo una divisa da guardia penitenziaria?
La paura di rimanere ancora più intrappolata dei pazienti. Intrappolata anche se ho la chiave in tasca.
Prima di aver il tempo di digerire questa ondata di sensazioni sono di nuovo fuori, del brusio eterno dell'ospedale. Assegnata a un Sert. Due settimane di pratica con i tossicodipendenti. Inizio dopo Natale.
Pare che Psichiatria a Padova non si possa frequentare.
La frase che ho appena scritto mi ricorda un racconto di Poe: un malcapitato si reca in visita in un manicomio "moderno", dove pare che i folli siano sperimentalmente lasciati in relativa libertà... il protagonista si accorge troppo tardi che la lassità del sistema ha permesso una rivolta dei folli, e che quelli con cui sta civilmente cenando non sono il direttore e i suoi collaboratori, ma un cenacolo di pazzi. Insomma, Alice pensava di chiacchierare con l'illuminato direttore di un carcere e invece si ritrova a cena con il cappellaio Matto, mentre dottori e infermieri stanno nelle segrete!
No, non è che psichiatria a Padova non si possa frequentare perchè si rischia di incorrere in certi spiacevoli equivoci tra folli e dottori: l'ambiente è sicuramente "a modo" e frequentabile, e tutti hanno ben chiaro chi è pazzo e chi non lo è... solo gli studenti di medicina non possono praticamente vederlo prima della laurea.
Pare che sia perchè, qualche tempo fa, vi fu una ondata di suicidi in reparto e la stampa pensò bene di sottolineare la presenza, inopportuna e destabilizzante, degli studenti, cosa che (lo scandalo giornalistico, non la supposta destabilizzazione studentesca) convinse il primario a sbatterci fuori per i secoli dei secoli amen.
La cosa comica è che il Grande Capo pare sia un esperto in Suicidologia, ergo gli aspiranti suicidi non dovevano essere pochi, nel suo reparto: Non è che puoi scandalizzarti se in un reparto di Nefrologia un sacco di gente muore di insufficenza renale... se fossero stati inclini a morire d'altro sarebbero nel reparto sbagliato!
Ma Basaglia ha predicato invano: la psichiatria ancora non ha raggiunto la certezza di essere una branca della medicina, i malati psichiatrici sono considerati diversi dagli altri pazienti e alle loro infermità non è mai data la dignità di malattie letali. Non si può morire di tristezza o d'amore, quindi neanche di depressione o di altre para patologie: se qualcuno muore è sicuramente malasanità.
Quindi, teoricamente, io avrei dovuto chiedere la specialità in psichiatria senza avere la più pallida idea di cosa fosse un reparto di psichiatria. Fortuatamente sono momentaneamente in spagna: qui gli studenti fanno tranquillamente tre settimane di freqenza obbligatoria in reparto psichiatrico prima di dare l'esame. Anche a me è stato accordato questo privilegio.
Il mio primo contatto con il reparto è stata una porta chiusa. Stavo lì con il mio camice immeritato cercando di capire perchè la porta non si apriva nè quando spingevo nè quando tiravo, quando è arrivata un infermiera. Con una chiave.
E' sempre bello iniziare con una figura di merda.
Chiuso a chiave, il reparto è ovviamente chiuso a chiave.
Ora di pranzo, i degenti, in grazioso pigiamino in tinta con le pareti, mangiano.
Ho visto diversi reparti, in questi sei mesi: l'efficenza un po' machista di chirurgia, l'allegria urlata di urologia, anatomia patologica... sempre di sottofondo un ridacchiare di infermiere, un cameratismo stanco ma soridente.
Entro a psichiatria, poche infermiere silenziose, rumore di cucchiai che sbattono. Aspettando il responsabile Incrocio di sfuggita lo sguardo con una ragazza più o meno della mia età, con gli occhi listati a lutto, smunta e consunta come un cadavere. Ha davanti un piatto pieno, e lo guarda con odio.
Minchia, la pellagra.
Lo spettro disperato di malattie estinte, delle polente di guerra, delle zampe di gallina bollite.
Della fame, che da qualche parte devo avere nel dna. La morte scheletrica e sottile come una falce di luna.
Mi prende una paura inattesa. Paura di questi muri troppo verdi, della normalità ostentata, della cravatta troppo sgargiante del medico che mi viene in contro.
Fuori da quella porta chiusa a chiave in tanti lottano per vivere, per ritrovare la fame, l'aria aperta, il battito del cuore.
Invece qui c'è qualcosa di stantio, di fermo, di putrido. Il punto non sembra più vivere morire, qui si incontrano secche e paludi, che tolgono al fluire e lasciano immoti a galleggiare nel niente.
Mi viene in mente che Oliver Sacks descriveva la malattia come un monotono ripetersi di meccaniche fallimentari, lo stridore di qualcosa che gira a vuoto, il rimanere intrappolati in un labirinto senza uscita, senza profondità.
E poi una paura improvvisa molto più meschina e personale, che si amplifica nell'indifferenza fredda con cui lo psichiatra mi parla. Se non mi piacesse?
Sono anni che penso di voler fare la psichiatra, avvolta nella rassicurante bambagia del non poter provare la mia effettiva attitudine: ora sono qui, indosso un camice, davanti a me i pazienti mangiano nella desolazione.
E se scoprissi, come è probabile, che qui il camice è solo una divisa da guardia penitenziaria?
La paura di rimanere ancora più intrappolata dei pazienti. Intrappolata anche se ho la chiave in tasca.
Prima di aver il tempo di digerire questa ondata di sensazioni sono di nuovo fuori, del brusio eterno dell'ospedale. Assegnata a un Sert. Due settimane di pratica con i tossicodipendenti. Inizio dopo Natale.


9 Comments:
hola anna,
anch'io galleggio in questa scomoda sensazione.perche' mi capita spesso di uscire dalle lezioni con la sensazione di essere dalla parte sbagliata?
sto studiando per diventare psicologa,ma per ora mi sentirei molto meglio nella parte del paziente.
per ora l'unica cosa e' continuare cautamente e stare a vedere.
ricorda il progetto della clinica in riva al lago!
ogni tanto controlla il sito di skyeurope,capita che ci si possano trovare offertone,e capita che queste abbiano come destinazione l'ungheria....
ciao! sono capitata su questo blog per caso e, anche se non ti conosco mi è piaciuto molto!
Visto che ti occupi di psichiatria, se naturalmente hai tempo e voglia, vorrei avere un parere un po' più medico su questo post: http://congerie.noblogs.org/post/2007/03/03/opg
parla degli opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari...
grazie
ciao!
Da simpatico (vedi che sono ancora ottimista .....) vecchietto quale ormai sono, mi sono dimenticato la pw della mia identità nel flusso di elettroni e lacune del blog - così ti scrivo da anonimo ....
Ti anticipo che è in arrivo il "Sempre ti penso a C'hang-an" nr. 18 - febbraio 2007....
ne anticipo una, anche se estiva ...
IL MOMENTO PIU' BELLO DELLA GIORNATA
Raymond Carver
Fresche sere d'estate.
Le finestre aperte.
Le luci accese.
La fruttiera colma.
E il tuo capo sulla mia spalla.
Questi sono i momenti più felici [della giornata.
Insieme alle prime ore del mattino,
naturalmente. E quegli attimi
subito prima di pranzo.
E il pomeriggio e
le prime ore della sera.
Ma davvero adoro
queste serate estive.
Ancor più, mi sa,
di quegli altri momenti.
Il lavoro quotidiano finito.
E nessuno più che ci disturbi, [adesso.
Nè mai.
bye bye
bruno
ho cambiato casa.
salve, vorrei mandarti un'articolo che so apprezzeresti (per la serie l'asino di manolis, cattelan & soci) ma non sono dotata di scanner e altri mezzi digitali. Insomma, mi sembra più semplice piegarlo e infilarlo in una busta (anzi, l'ho già fatto). Mi manca il passo n.3: l'indirizzo. me lo mandi con un mezzo a scelta?
...
no so perchè ho la sconsolante sensazione che i commenti non vengano letti spesso..
ah, un articolo senza apostrofo, mi dicono
oltre che di scanner, al momento evidentemente non sono dotata nemmeno di istruzione elementare di base. in compenso mando in giro articoli di arte comporanea neo dada. mio dio. la negazione del senso ha infine vinto.
spero che il maestro Plinio non legga il tuo blog.
(evidentemente sto cercando attraverso il numero dei commenti di attirare l'attenzione sugli stessi per sperare di essere letta in tempo utile ed inviare la mia bustarella prima che parta: si chiama pensiero strategico, l'errore grammaticale era quindi evidentemente un pretesto)
ma allora questo coso funziona!
imbuco domani, vedrai che ti farai delle belle risate.
baci
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